Quattordici punti per provare a disinnescare una delle crisi più pericolose del Medio Oriente: nella bozza dell’intesa trovano spazio il rinvio delle questioni più delicate sul nucleare, l’allentamento delle misure restrittive Usa e il possibile sblocco degli asset iraniani congelati.
Premesso che non conosciamo il testo integrale dell’accordo ma soltanto alcuni passaggi filtrati da fonti vicine ai negoziati, l’impressione è che questa bozza di memorandum serva soprattutto a rinviare la vera questione: il programma nucleare iraniano. I quattordici punti emersi delineano infatti una serie di misure preliminari che riguardano la cessazione delle ostilità, l’alleggerimento delle sanzioni, lo sblocco dei fondi congelati, la riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di un periodo di sessanta giorni di negoziati. Tuttavia, il nodo centrale resta sostanzialmente irrisolto.
Usa-Iran, sul tavolo il ritiro delle forze americane e l’allentamento delle restrizioni sul petrolio
Secondo la bozza, l‘Iran e gli Stati Uniti dovrebbero concordare una cessazione immediata e definitiva delle ostilità su tutti i fronti, compreso il Libano. Washington si impegnerebbe a non interferire negli affari interni della Repubblica islamica, a ritirare le proprie forze dai confini iraniani e a sospendere le restrizioni sulla vendita di petrolio e prodotti petrolchimici. Teheran otterrebbe inoltre l’accesso ai propri fondi congelati all’estero, con lo sblocco immediato di 24 miliardi di dollari, metà dei quali verrebbero resi disponibili prima ancora dell’avvio dei negoziati finali.
L’accordo prevede inoltre la riapertura dello Stretto di Hormuz entro trenta giorni e l’avvio di colloqui destinati a definire un’intesa definitiva sul nucleare e sulla completa revoca delle sanzioni americane e internazionali. Gli Stati Uniti e i loro alleati dovrebbero anche presentare piani di ricostruzione economica per l’Iran per un valore complessivo di almeno 300 miliardi di dollari. In cambio, Teheran si limiterebbe a riaffermare il proprio impegno, già previsto dal Trattato di non proliferazione nucleare, a non produrre armi atomiche.

Nucleare, missili e gruppi armati: le questioni che continuano a dividere Usa e Iran
Ed è proprio qui che emerge il principale motivo di scetticismo. L’Occidente non mette in discussione soltanto le dichiarazioni iraniane, ma soprattutto le capacità tecnologiche che la Repubblica islamica ha sviluppato nel corso degli ultimi decenni.
Dopo aver investito centinaia di miliardi di dollari nel programma nucleare, è difficile immaginare che i vertici del regime siano disposti a rinunciare a quella che considerano una garanzia strategica di sopravvivenza. Senza la prospettiva nucleare, infatti, l’Iran perderebbe una parte importante della propria capacità di deterrenza nei confronti dei vicini regionali e della comunità internazionale.
Anche il punto finale della bozza appare particolarmente significativo. Le discussioni sul programma missilistico iraniano e sul sostegno ai gruppi armati alleati della Repubblica islamica sarebbero state definitivamente escluse dal tavolo negoziale. Se confermata, questa scelta rappresenterebbe una concessione rilevante a favore di Teheran, che manterrebbe intatti due dei principali strumenti della propria proiezione di potenza regionale: l’arsenale missilistico e la rete di milizie e gruppi armati attivi in Libano, Iraq, Siria, Yemen e Gaza.
L’incognita politica iraniana: chi può garantire il rispetto dell’intesa?
Esiste poi una questione politica ancora più delicata: con chi si firma realmente un accordo di questo tipo? Il regime iraniano non è una struttura monolitica. Presidenza, Pasdaran, establishment religioso, Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e Guida Suprema rappresentano centri di potere differenti, spesso in competizione tra loro.
Le indiscrezioni attribuiscono l’ultima parola a Mojtaba Khamenei, ma resta difficile comprendere quale sia oggi il suo reale peso decisionale. Non è nemmeno chiaro in quali condizioni si trovi e quale sia il livello di consenso interno che sostiene la sua eventuale leadership. Per questo motivo, anche qualora la bozza venisse confermata, sarebbe prematuro considerarla una svolta storica.
Più che un accordo definitivo, sembra un’intesa destinata a congelare temporaneamente la crisi, ridurre la pressione militare e creare le condizioni per ulteriori trattative. La vera partita non riguarda i fondi congelati, la riapertura di Hormuz o il cessate il fuoco di sessanta giorni. La domanda che resta senza risposta è la stessa da oltre vent’anni: l‘Iran è davvero disposto a rinunciare in modo verificabile e permanente alla possibilità di diventare una potenza nucleare? Finché questo interrogativo rimarrà aperto, qualsiasi accordo rischierà di rappresentare soltanto una tregua temporanea e non una soluzione duratura